Gaia Monzio Compagnoni
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Gaia Monzio Compagnoni

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INTERVISTATO
Gaia
Monzio Compagnoni
RUOLO
CEO
AZIENDA
Genoma
Intervista

Come l’empatia nella nostra quotidianità lavorativa ci può essere utile? Come, una volta che si è affermata, fra brand e persone, può fare la differenza?

L’empatia dovrebbe essere la base di ogni relazione, anche lavorativa. Purtroppo, è sempre più dilagante l’ascoltare per raccogliere informazioni, per utilità, per rispondere. Mentre bisognerebbe ascoltare l’altro per accoglierlo, per comprendere e creare una connessione reale.

Quando lavori con le imprese, soprattutto con le PMI ma anche con enti e associazioni, ti accorgi subito che dietro ai numeri ci sono persone, sogni, aspettative, storie bellissime ma anche timori e difficoltà.

Questo vale anche all’interno delle aziende, nel dialogare con il proprio team. In Genoma abbiamo scelto di partire da lì: ascoltare le persone con cui lavoriamo ogni giorno. L’opinione di tutti conta, perché è solo facendo squadra che riesci davvero a capire cosa funziona e cosa no. L’ascolto dei collaboratori, quello vero, è il primo passo per costruire qualcosa di solido anche all’esterno.

Quando questa empatia si crea anche tra brand e persone, cambia tutto. Non si parla più solo di clienti, ma di relazioni. Le persone iniziano a fidarsi, a riconoscersi in quello che comunichi. La fiducia, nel tempo, vale più di qualsiasi campagna… e lo diciamo noi, che facciamo digital marketing!

Come trasformare la comunicazione in un battito d’ali, un colore nuovo, e creare l’emozione di una sensazione sconosciuta, possibilmente indimenticabile e unica?

Credo che la comunicazione diventi davvero memorabile quando smette di voler stupire a tutti i costi e inizia ad essere autentica. Le emozioni non nascono da effetti speciali, nascono dal riconoscersi in qualcosa: una storia vera, un dialogo quotidiano… è qualcosa che caratterizza il nostro approccio in tutti i progetti che portiamo avanti con i clienti, siano essi aziende profit o terzo settore e noprofit. Una narrazione autentica, in cui le persone possano riconoscersi.

Ad esempio, lo vediamo molto nel lavoro sui territori. Comuni, comunità locali e realtà associative hanno un patrimonio enorme, umano e culturale, da comunicare, ma spesso non sanno come farlo. Non hanno trovato la propria voce. Il nostro progetto di marketing territoriale parte proprio da lì: ascoltare, capire e poi costruire una narrazione che restituisca identità prima ancora che attrazione. Quando un territorio riesce a presentarsi in modo coerente e vero, diventa naturalmente attrattivo.

Lo stesso approccio lo stiamo portando avanti anche nel raccontare i nostri case study: non ci interessa mostrare numeri e KPI per dire quanto siamo stati bravi. Ci interessa raccontare il percorso, il rapporto con il cliente, le scelte fatte insieme. Perché è lì che nasce il valore vero, ed è lì che le persone si riconoscono parte di qualcosa di condiviso.

Molte delle invenzioni più rivoluzionarie sono nate da un’osservazione diversa della realtà. Il pensiero laterale può rendere più facile trovare il modo di inventare? A volte il carattere ostinato porta a cogliere fortune particolari?

Osservare in modo diverso è fondamentale, soprattutto oggi. Siamo circondati da soluzioni standard, da modelli che si ripetono. Pensate ai testi generati con l’AI: il rischio è replicare pattern che ci omologano, fare copie carbone di concetti generalisti senza porci domande.

Il pensiero laterale, per come lo vedo io, è proprio questo: fermarsi e chiedersi se esiste un’altra strada, magari leggermente più tortuosa ma più coerente con i nostri valori. L’ostinazione può aiutare, se la intendiamo come impegno e coerenza. Non è testardaggine fine a sé stessa, è il voler fare le cose a modo proprio, senza limitarsi a imitare ciò che fanno gli altri.

Nel nostro lavoro succede spesso: evitare scorciatoie, prendersi il tempo per capire davvero un cliente, costruire qualcosa che gli somigli. Non è il percorso più veloce, però è quello che nel tempo regge e crea valore reale.

 

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