Intervista Empatia, emozione, invenzione
Come guidare l’innovazione attraverso le soft skill? Abbiamo scelto di proseguire la nostra ricerca su come mettere a fuoco le proprietà che maggiormente ci stanno a cuore….
Oggi si parla molto di innovazione, quasi sempre in relazione agli strumenti, alla velocità, alla tecnologia. Io penso invece che la vera differenza continui a farla il fattore umano. Nel nostro lavoro innovare non significa solo adottare nuovi mezzi, ma sviluppare la capacità di leggere meglio il presente, capire i cambiamenti, interpretare le persone e trovare forme di comunicazione che abbiano senso nel contesto in cui viviamo. Da questo punto di vista, le soft skill non sono un complemento: sono la base. Empatia, emozione e invenzione non appartengono a una dimensione teorica o astratta, ma incidono in modo molto concreto sul modo in cui si costruisce una strategia, si sviluppa un’idea e si dà valore a un brand.
In un’epoca in cui si sta affermando, non senza ombre, la tecnologia dell’AI, pensiamo che sia un’impellente necessità di tornare a interessarci della persona. Si, certo perché da qui nasce tutto, quindi, partiamo dall’empatia, quel sentimento che ci permette di comprendere i processi di interazione umana e creare relazioni positive con gli altri. Semplice da dire, ma in effetti a volte difficile da mettere in campo. Come l’empatia nella nostra quotidianità lavorativa ci può essere utile? Come, una volta che si è affermata, fra brand e persone, può fare la differenza?
Per me l’empatia è il punto di partenza, perché obbliga a spostare il focus da ciò che il brand vuole dire a ciò che le persone sono davvero pronte ad ascoltare. Nella quotidianità lavorativa significa questo: non fermarsi alla superficie, non limitarsi ai dati, ma provare a leggere anche quello che i numeri non raccontano da soli. Le sfumature culturali, i cambiamenti nei comportamenti, il modo in cui evolve la sensibilità delle persone sono tutti elementi che fanno la differenza. In Spada Media Group lavoriamo molto su questo, perché crediamo che una buona comunicazione nasca prima di tutto da una comprensione reale del contesto. Quando l’empatia entra davvero nella relazione tra brand e persone, cambia il
tono, cambia il linguaggio, cambia perfino il modo in cui si costruisce un messaggio. E soprattutto cambia il risultato: la comunicazione diventa meno astratta, meno autoreferenziale, più vicina e più credibile.
Questo meccanismo di fare perno sull’empatia, per portare maggiore vicinanza fisica e mentale all’altra persona, spesso viene a verificarsi quando si riesce a condividere delle emozioni, trasmettere queste emozioni è poi il nostro compito di comunicatori. Come trasformare la comunicazione in un battito d’ali, un colore nuovo, e creare l’emozione di una sensazione sconosciuta, possibilmente indimenticabile e unica?
L’emozione è una componente fondamentale del nostro lavoro, ma proprio per questo va trattata con molta attenzione. Oggi vedo spesso un uso quasi automatico dell’emozione, come se bastasse aggiungere intensità o enfasi per creare coinvolgimento. In realtà non funziona così. Le persone riconoscono subito quando un contenuto cerca di impressionare e quando invece prova davvero a entrare in relazione con loro. Per me l’emozione non è un effetto da applicare, ma una conseguenza naturale di qualcosa che ha una verità dentro. Il nostro compito è capire dove si trova quella verità e darle una forma capace di arrivare alle persone in modo autentico. A volte questo significa scegliere un registro forte, altre volte vuol dire sottrarre, alleggerire, lasciare spazio. Le emozioni che restano davvero non sono quasi mai quelle più costruite, ma quelle in cui ci si riconosce con naturalezza.
A coronare infine questa dinamica abbiamo pensato che fosse inderogabile parlare dell’invenzione. Si, quel guizzo che rende unica un’idea quando, a differenza delle altre, si sviluppa in un pensiero profondo, capace di suscitare sentimenti unici. Molte delle invenzioni più rivoluzionarie sono nate da un’osservazione diversa della realtà. Il pensiero laterale può rendere più facile trovare il modo di inventare? A volte il carattere ostinato porta a cogliere fortune particolari?
Sì, perché spesso l’idea giusta nasce proprio quando si smette di guardare un problema nel modo abituale. Il pensiero laterale è prezioso per questo: aiuta a cambiare prospettiva, a non accontentarsi della prima soluzione corretta, a cercare una strada più interessante, più distintiva, più adatta a quel contesto specifico. In un settore come il nostro, dove il rischio di assomigliarsi è altissimo, questo fa una differenza enorme. Anche l’ostinazione può avere un valore, purché non diventi rigidità. La intendo come la capacità di restare su un’intuizione, di lavorarla, di metterla alla prova, di non archiviarla troppo presto solo perché la via più semplice sembra più comoda. Spesso le idee migliori nascono proprio da questa combinazione: osservazione, visione, tenacia. Inventare, oggi, non significa inseguire qualcosa di strano o di mai visto a tutti i costi, ma trovare una forma nuova e giusta per dire qualcosa in modo davvero rilevante.