Sono Karim Bartoletti, socio ed executive producer di Indiana Production. Gestisco tutta la parte di advertising. Sono anche presidente di CPA.
Anni fa, quando sono arrivato in Indiana, avevamo un muro dell’intuizione sul quale noi avevamo messo con Gianpaolo (la persona della ricerca regia), che è un grandissimo nerd della ricerca regia, avevamo messo tutti i registi, tutte le case di produzione, divisi tra esteri e italiani. Quando ci arrivava un brief stavamo davanti a quel muro per cercare l’intuizione: chi chiamiamo per primo, come funziona mettere insieme il progetto che ci hanno mandato con questo muro. Il muro dell’intuizione dimostra che l’intuizione la viviamo dentro. Alcune volte l’intuizione che abbiamo ci fa perdere dei progetti perché era peggiorativa rispetto a quella che poteva essere l’intuizione di qualcun altro. L’intuizione è una parola che noi amiamo, che io adoro e il muro dell’intuizione ne è la dimostrazione.
Rischio: il rischio è legato al coraggio. Credo che oggi ci sia poco coraggio, per esempio di dire: “non so come fare questa cosa e vado direttamente da chi la sa fare”. Coraggio di scegliere la strada un pochino più difficile da un punto di vista creativo per i clienti. Il coraggio di non voler cambiare un cliente. Perché cambiare la direzione creativa di un cliente necessita di coraggio da parte di tutti e per fare questo c’è bisogno di calcolare il rischio. Il rischio, quando prende il sopravvento, fa sì che tu non faccia nulla. Il rischio porta la paura. L’analisi del rischio fa si che si ascoltino gli avvocati. Anni fa feci uno speech davanti a degli avvocati dove mi volevano che io parlassi di Entertainment Law e io gli parlai di Entertainment and Law, perché li volevo separare. Perché tutto il mio speech era basato sul rischio perché se noi ascoltassimo un avvocato (law) non faremo mai entertainment. Detto questo, il rischio, secondo me, fa parte di tutto il nostro dei nostri progetti. Rischio per quanto possa essere pensato come una cosa positiva, normalmente è vista come una cosa negativa. Non è vista come: “mi prendo il rischio”. Mai oggi. È più con è più vista come: “non mi prendo il rischio” e questo per me è la parte difficile. Non mi prendo il rischio, vuol dire che non ho il coraggio.
Ascolto è parte della simpatia. È legata a quello che stavo dicendo prima. Io credo che oggi, se devo fare l’analisi dell’ascolto nel nostro business, oggi c’è un problema: sono finite le competenze. Anzi, sono diminuite le competenze. E non c’è più il rispetto per quella competenza come c’era solo dieci anni fa – non sto parlando di 1000 anni fa. La competenza è la competenza di un regista quando lo porti su un progetto, la competenza di un produttore che ti dice come fare delle cose, la competenza di un’agenzia che dice al cliente cosa dovrebbe fare secondo la base di una strategia scelta tutti insieme, la competenza di un cliente che ha la competenza magari di poter scegliere una cosa sull’altra. Questa competenza è un è legata all’ascolto e quindi noi non ci ascoltiamo più. Noi non diamo più il rispetto delle cose che vengono dette perché viviamo ancora le cose a livello gerarchico e per viverlo a livello gerarchico tu ordini una cosa, e l’altro per paura e per tutte le cose che ci siamo detti, non ha il coraggio di prendersi il rischio. L’ascolto è una cosa che manca oggi, perché l’ascolto necessita delle parti tutte sullo stesso livello. E per portare le parti sullo stesso livello devi far sì che tutte le parti ascoltino una con l’altra. Questo vale per qualsiasi business.
Credo che oggi stia succedendo una cosa: la de-gerarchizzazione del business. Non c’è più la gerarchia di una vola con il regista famoso e poi il regista che usciva dalla scuola di cinema; l’agenzia grandissima e poi l’agenzia dei giovani che avevano aperto la boutique; la casa di produzione grandissima e poi la casa di produzione piccola. Oggi siamo tutti contro tutti. Oggi è una battaglia dove non c’è più quella competenza che arriva dall’esperienza, non c’è più il regista più importante di un altro. Ed essendosi de-gerarchizzato tutto, si è appiattito l’ascolto. Non c’è più l’ascolto tra le parti o la pratica di affidare un progetto a un regista, a una casa di produzione, a un’agenzia.
Io vado, li riaggiusto quando stanno facendo cose che magari sono al di fuori di quelle che possono essere delle rotaie di brand o delle rotaie creative, se stiamo parlando di una agenzia nei confronti di una casa di produzione, di un talento. Ma tu hai affidato una cosa a qualcuno e quindi devi ascoltare la competenza che hai portato tu, per scelta tua, on board. Io l’esempio che facevo sempre era: noi facciamo crescere i nostri figli e rompiamo le palle già dalle elementari sui professori o le scuole nelle quali mandiamo i nostri figli. Poi i nostri figli arrivano a un’età, come è tra l’altro mio figlio adesso, dove vuole andare all’università. L’università è il momento in cui loro possono fare una loro scelta. Non vai più alla allo scientifico perché l’ha fatto tuo papà o perché sei bravo a fare matematica. Adesso devi scegliere. Ti metti lì, con tuo figlio, guardi tutte le scuole e poi in quel momento lì hai fatto una scelta che è legata a una competenza o a un match. Quel match lì devi ascoltare il tuo istinto, devi ascoltare il fatto che tuo figlio vuole andare lì, il fatto che quella scuola vuole tuo figlio. Cosa succede con noi? Noi scegliamo dopo fatto una gara, il posto dove vorremo mandare nostro figlio a fare l’università. Ma noi non lasciamo il nostro figlio all’università. Noi andiamo all’università, ci sediamo accanto al nostro figlio, che sta studiando lì e rompiamo le palle su: “Ma perché il professore è arrivato in ritardo? Ma perché tu fai questa classe qua? Ma perché non ti metti seduto lì? Ma perché il professore non viene a parlarti?”. Ma perché non facciamo crescere le idee attraverso l’ascolto che dobbiamo avere nei confronti delle persone che noi decidiamo di portare on board?