CONDIVIDI

Luca Bergo

EDIZIONE
tema
INTERVISTATO
Luca
Bergo
RUOLO
Partner & Founder
AZIENDA
Tunnel Studios
Intervista

INTUIZIONE, RISCHIO, ASCOLTO

L’intuizione per noi è come un “radar invisibile” che si attiva quando logica e dati non bastano. In ambito creativo e strategico, è quella scintilla che ti fa vedere la soluzione prima ancora di analizzare il problema. È l’esperienza che diventa istinto, ma solo se alimentata da curiosità continua, da ascolto attivo del contesto, delle persone, delle tendenze. A livello professionale, l’intuito non è un colpo di fortuna: è la capacità di cogliere pattern, leggere il “non detto” di un brand, immaginare futuri possibili anche in scenari incerti. Per noi, guidare un team creativo significa anche fidarsi di quel lampo iniziale e poi costruirgli intorno una logica che lo renda concreto e condivisibile.

Come quest’attitudine può esserci utile nel campo lavorativo? È possibile dare a questa sensazione una spiegazione logica?
Assolutamente sì. Nel nostro lavoro – dove il valore è spesso immateriale ma deve produrre risultati misurabili – l’intuizione è il primo passo per dare forma a qualcosa che ancora non esiste. È utile perché ci guida dove i dati non sono ancora arrivati. La spiegazione logica? L’intuizione si basa su esperienza sedimentata e osservazione sottile: è il frutto di anni di esposizione a stimoli, brief, successi e anche errori. È come se il nostro cervello elaborasse in sottofondo un’enorme mole di dati non strutturati e li restituisse sotto forma di visione. Ma per renderla credibile e forte, bisogna poi razionalizzarla, metterla alla prova con il team, il cliente, il mercato. Solo così smette di essere un’intuizione e diventa una direzione.

Il rischio è il territorio naturale dell’innovazione. Non esiste creatività vera senza un certo grado di rischio. Ogni volta che decidiamo di proporre un’idea che esce dai binari dell’abitudine, stiamo scegliendo il rischio. Ma è proprio lì che nasce il valore: nella possibilità di sorprendere, di rompere gli schemi, di costruire un’identità forte. Nella nostra esperienza, affrontare il rischio richiede sia visione che struttura. La visione serve per motivare il team e il cliente, per proiettare tutti in un futuro possibile. La struttura serve per provare a calcolare il risultato, per accompagnarlo con strumenti, piani B e capacità di adattamento. È un gioco sottile tra coraggio e responsabilità. Ma è anche l’unico modo per crescere e innovare, per essere originali e a volte sorprendenti.

Come mettere in atto efficacemente un piano d’azione in cui si affrontano e si contrastano i possibili elementi di rischio?
Serve una cultura del progetto basata sulla trasparenza e sull’adattabilità. Significa condividere gli obiettivi ma anche le incognite, costruire scenari alternativi, prevedere margini di manovra. Nei nostri progetti più audaci lavoriamo per step progressivi, validando ogni fase con il cliente e con il pubblico, per modulare il rischio senza annullarlo. In pratica: design thinking, analisi dei dati, co-creazione con il cliente. Ma anche: empatia, intuizione, leadership. Il rischio si affronta meglio quando non si è soli, quando si costruisce una visione condivisa. E soprattutto, quando si accetta che ogni fallimento è solo un test per migliorare.

L’ascolto è la chiave di tutto, è l’abilità più strategica e, paradossalmente, la meno praticata. Oggi più che mai, il valore di un brand nasce dalla sua capacità di ascoltare: i propri clienti, il contesto culturale, le conversazioni sociali, le esigenze ancora inespresse. L’ascolto genera insight. Gli insight generano contenuti autentici, esperienze rilevanti, connessioni profonde. Da questo punto di vista, la tecnologia è una grandissima alleata: l’analisi semantica, il social listening, il monitoraggio dei comportamenti digitali ci permettono di cogliere segnali deboli che, interpretati con sensibilità, diventano direzioni strategiche. Ma “per ora” serve sempre l’intelligenza umana per trasformare i dati in narrazione.

In che modo possiamo accentuare il carattere propositivo dell’informazione, permettendo ai brand di conoscere meglio la propria audience, per intrattenere e informare sperimentando nuovi linguaggi e tecnologie?
Possiamo farlo se smettiamo di parlare “a” e iniziamo a parlare “con”.
L’informazione deve essere relazionale, dinamica, partecipata. I brand che riescono a farlo sono quelli che sperimentano, che osano nuovi linguaggi – visivi, sonori, immersivi – ma che soprattutto danno valore al dialogo. Per questo, in TUNNEL lavoriamo sulla creazione di esperienze narrative, ambienti digitali interattivi, contenuti personalizzati. Perché ogni persona non vuole solo essere informata, ma coinvolta, riconosciuta, ispirata. La tecnologia ci offre strumenti potentissimi: dall’AI ai video dinamici, dalla gamification all’audio branding etc.. Sta a noi usarli per costruire “senso”, non solo attenzione.

 

Moovie

moovie