L’intuito spesso è considerato come la capacità di prendere decisioni corrette in mancanza di informazioni sufficienti, facendo leva, consciamente o inconsciamente, sulle nostre esperienze precedenti. L’intuito attualmente è una delle qualità più richieste nella vita di tutti giorni. Il rielaborare informazioni inconsce ci permette di prendere decisioni migliori. L’intuizione, quindi, è la capacità di percepire possibilità, significati e connessioni non immediatamente evidenti, guardando oltre, concentrando l’attenzione su idee, concetti e potenzialità future. Come quest’attitudine può esserci utile nel campo lavorativo? è possibile dare a questa sensazione una spiegazione logica? Il nostro intuito ci può aprire delle strade tanto interessanti quanto rischiose.
L’intuito è certamente una dote essenziale dell’essere umano e lo è inevitabilmente anche in campo lavorativo. Può fare la differenza nelle situazioni in cui non ci sono dati sufficienti per basarsi sull’esperienza pregressa o persino nella scelta del personale. Ma, in molti casi, può rappresentare anche un limite; basarsi esclusivamente sull’intuito e sulle proprie convinzioni può portare a grossi errori di valutazione. Capita spesso in ambito CRO (Conversion Rate Optimization) ad esempio, di trovarsi di fronte a un A/B test che smentisce clamorosamente l’assunto di partenza. Per questo è importante raccogliere dati e testare sul campo le proprie convinzioni. Da questo punto di vista abbiamo qualcosa da imparare dall’Intelligenza Artificiale, che apprende e rielabora a partire dai dati in suo possesso, arrivando a conclusioni scevre da preconcetti personali.
D’altra parte, quando il rischio ha effetto positivo, allora diventa opportunità. Nella gestione dei nostri progetti spesso il rischio è un aspetto fondamentale ed inevitabile e si può trovare il coraggio di affrontarlo. La parola stessa progetto, che utilizziamo in Comunicazione è un termine associato alla proiezione verso il futuro delle nostre idee. Come mettere in atto efficacemente un piano d’azione in cui si affrontano e si contrastano i possibili elementi di rischio?
Una componente di rischio è quasi inevitabile in ogni ambito della vita, non solo parlando di business: si rischia anche a scuola, in ambito universitario, nel mondo dell’arte e dello spettacolo. Per quanto riguarda il marketing digitale – che è il contesto che conosco meglio – il rischio di solito è associato ai piani di investimento pubblicitario. Credo sia impossibile eliminare del tutto il rischio di una campagna poco efficace, ma il lavoro di una buona agenzia di marketing è quello di mettere in atto le migliori azioni possibili per contenere e ridurre il rischio di impresa. Il segreto alla fine è sempre quello: pensare a più soluzioni, testarle, raccogliere dati, ottimizzare, testare ancora strade diverse, raccogliere nuovi dati e così via. In questo modo si riduce il rischio per il cliente, perché – testando diverse soluzioni – statisticamente la possibilità di individuare almeno una soluzione “vincente” è più alta (e al contempo si è ridotto il budget dedicato invece a quella soluzione che il test dichiarerà meno efficace). Inoltre, con questo approccio si ha sempre modo di ottimizzare ulteriormente il flusso nelle fasi successive, grazie ai dati raccolti nel corso di ogni test.
Parlare di ascolto significa parlare di comunicazione. Dall’ascolto del brief all’ascolto dei colleghi, per individuare i trends e avvicinarsi all’innovazione. Oggi i brand stanno imparando ad ascoltare le persone, per condividere valori creati sui nostri desiderata, realizzando quanto sia importante il nostro consenso. Naturalmente l’innovazione ha molto aiutato questo processo, con l’analisi dei social media, e in generale dei comportamenti in rete, confermando le modalità e le motivazioni per cui si è attratti da un prodotto o interessati ad una marca. In che modo possiamo accentuare il carattere propositivo dell’informazione, permettendo ai brand di conoscere meglio la propria audience, per intrattenere e informare sperimentando nuovi linguaggi e tecnologie?
Anche parlando di ascolto il tema della raccolta dei dati è protagonista. In questo caso in ambito digital si parla proprio di “data activation”, cioè della capacità di apprendere dai dati il comportamento, le abitudini e i desideri dei nostri utenti e di “attivare” delle azioni specifiche per segmenti di utenza ben definiti. I dati, quindi, in questa accezione non servono solo ai fini di analisi e per le ottimizzazioni successive ad essa, ma possono appunto “azionare” in tempo reale dei comportamenti virtuosi. Si pensi ad esempio alle soluzioni di CDP (Custom Data Platform), cioè piattaforme in grado di centralizzare i dati dei nostri utenti raccolti dai diversi touchpoint (Web, App, CRM, negozio fisico, etc.) per offrire esperienze personalizzate, campagne di marketing mirate, attivazioni cross-canale e così via. Tutto grazie alla capacità di lettura dei dati, che equivale esattamente all’ascolto dei nostri utenti.